LUIGI EMANUELE ROSSI | COS’È L’UTOPIA? — Intervista di Simona Squadrito —

Simona Squadrito: Quest’anno il programma dei Progetti Speciali legati al Premio Internazionale Bugatti-Segantini ha come tema l’Utopia. Com’è nata l’idea di affrontare questo argomento?

Luigi Rossi: Tutto è partito da un ragionamento intorno al ‘68, l’anno in cui l’edizione del Premio è stata sospesa, oltre all’impressione che mi ha generato un’affermazione dell’architetto Vittorio Garatti. I suoi progetti – in particolare mi riferisco alla scuola di musica e di balletto dell’Escuelas Nacional de Arte dell’Avana – sono stati definiti utopici, eppure, Garatti ha sempre negato questa matrice, preferendo definirsi un architetto che lavora su progetti concreti legati a specifici contesti. 

S.S: Il termine Utopia è ambiguo. Non esistono definizioni che riescono ad abbracciare il grande spettro semantico che questa parola comprende. Etimologicamente la parola deriva dal greco οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non-luogo”. Quando ci si riferisce all’utopia spesso si pensa a delle chimere a dei progetti irrealizzabili. Al contrario il filosofo Massimo Cacciari nel suo ultimo libro, Occidente senza utopie, sostiene che l’utopia non è un’idea irrealizzabile ma un progetto politico legittimato dall’espressione di una forma di razionalità: l’utopia è qualcosa che accade. 

L.R: Il termine Utopia è uno dei più complessi e ambigui […] Nonostante le evidenti difficoltà poste dalla ricerca del significato di questo termine, mi è possibile avanzare delle ipotesi di pensiero, ragionamenti che ritengo fondamentali. L’utopia è stata schiacciata dalle ideologie dominanti. La negazione del pensiero utopico, l’impossibilità del pensiero utopico, è legata a fattori che sono sotto gli occhi di tutti. Io ho identificato tre cause che ritengo fondamentali. La prima causa è la creazione di un mercato enorme, globale, che punta alla distruzione della specificità e all’annullamento dello stato di fatto e delle cose che possono evolvere e cambiare. Un processo che oscilla tra economia, marxismo e liberalismo estremo, e che si sintetizza nella visione onnivora del mercato globale. Per parlare del secondo elemento, prendo le mosse da un celebre testo degli anni ’90, La fine della storia e l’ultimo uomo, di Francis Fukuyama. Il concetto di fine delle storia avanzato dal politologo americano comporta che l’idea stessa di storia venga appiattito dalla realtà quotidiana. In questo eterno quotidiano, non si ha più il bisogno di confrontarsi con la grande Storia, con le generazioni che ci hanno preceduto. Se la storia cessa di esistere e tutto diventa a-storico, quello che conta sarà l’immediato e, soprattutto, ciò che appare. Si rimane all’interno di una quotidianità asettica e funzionale al mercato, dove tutto tende a sparire e semplificarsi. La visione del mondo è quella di una sequenza continua di istanti non collegati tra loro. Un altro fondamentale aspetto è l’individualismo. Quella visione del mondo che dimentica che la storia è fatta di movimenti, di legami, di contrapposizioni e di contraddizioni […]

S.S: Lo studioso australiano Kenzie Wark ha coniato il termine Renotopia, che indica un mondo piccolo ma perfetto. Oggi l’utopia vive, secondo Wark, nel nostro bagno o nella nostra cucina. Questi due luoghi sono delle utopie realizzate: l’acqua corrente, le fognature, per non parlare del gas e degli elettrodomestici. Renotopia è il sogno di una civiltà in ritirata.

L.R: Lui è un teorico che ritengo funzionale al macrodisegno del mercato globale. Queste teorizzazioni fanno passare concetti specifici che servono a distruggere gli strati sociali e culturali. La società del mercato globale ha bisogno di queste teorie per legittimarsi. Il sistema di relazioni economiche esistenti fatica a inglobare nuovi modelli. Anche Papa Francesco è intervenuto duramente su questo tema. La visione di Papa Francesco è una diversa declinazione del concetto di utopia che ha alla base non la storia come concretamente si manifesta, ma la Fede come ipotesi di un macroprogetto esistenziale-religioso da cui derivano nette le critiche all’esistente. In questa ottica, l’utopia è processo infinito.

S.S: Diverse volte hai parlato di come il concetto di Utopia sia legato all’avanzamento delle tecnologie, e affermi che l’utopia è una potenzialità della tecnologia e che il più grande utopista contemporaneo è Steve Jobs. Puoi aggiungere qualcos’altro? 

L.R: Si, è vero, per me Steve Jobs è il più grande utopista contemporaneo. Non ha costruito dei muri, non ha utilizzato strumenti fisici, come la progettazione di spazi, di città, di scuole, in cui lo spazio è fondamentale perché contribuisce a modificare i rapporti sociali, migliorando la condizione umana, ma ha creato uno strumento tecnologico con cui è riuscito a mettere insieme delle potenziali evoluzioni di rapporti sociali, mettendo in piedi una macchina che costruisce delle utopie, anche delle utopie quotidiane e individuali. Ogni utopia ha bisogno di svilupparsi in un tempo e in uno spazio, gli utopisti escono dagli schemi delle contraddizioni e creano delle utopie. Utopico è il progetto, non quello che è stato realizzato. Marx non ha creato una visone utopica del mondo, non ha ipotizzato un determinato assetto urbano, ma ha fornito  degli strumenti che hanno creato delle potenzialità per il cambiamento sociale e culturale, così come ha fatto Steve Jobs. Tutte e due hanno fornito delle potenzialità per il cambiamento. Invece, Stalin o Hitler, si sono occupati di situazioni concrete, di modelli di società che hanno realizzato con la predisposizione di nuovi meccanismi economici e sociali, anche attraverso l’uso della violenza.

S.S: Non riesco a capire bene la tua posizione rispetto alla tecnologia. Da una parte parli di Steve Jobs come il più grande utopista contemporaneo e dall’altra ritieni che l’uso di alcune tecnologie ci sta portando all’accettazione dello status quo o allo svuotamento delle forme storicamente determinate dalla democrazia occidentale

L.R: Per me è utopico il progetto della macchina che ti consente di fare tutto questo. Steve Jobs ha creato una macchina con delle infinite potenzialità, uno strumento che permette di utilizzare il tempo e lo spazio in modo diverso da prima. Una cosa è il progetto di Steve Jobs un’altra cosa è l’uso che si fa di questo strumento. Utilizzando le nuove tecnologie spesso si ha come l’impressione di instaurare nuove forme di relazioni umane, ad esempio utilizzando i social  network. Ma queste sono relazioni che prescindono dalla nostra personale storia, sono tutte svincolate. Questi sono modelli razionali disarticolati dalla realtà, che portano a quello che definisco il “regime alcolico”, che rappresenta un modello d’ispirazione neoliberista di società totalmente individualistiche. Ad esempio negli Stati Uniti i problemi dell’individuo non sono più avvertiti come problemi che la società e la collettività può prendersi carico. Le persone sono lasciate solo a se stesse, a loro non rimane come soluzione quella di assumere degli psicofarmaci, sei uno zombie nel mondo. Dentro la trappola dell’individualismo estremo non si può essere utopici. E’ una sorta di rinuncia a costruire progetti sociali innovatici ed evolutivi.

S.S: Quando dici che l’utopia è una potenzialità, intendi anche dire che l’utopia cessa di essere tale nel momento in cui si realizza? 

L.R: L’analisi dell’utopia ci serve per capire la realtà. Tutto quello di cui abbiamo appena discusso avviene anche nell’arte contemporanea, che si regge sul gusto individuale. Io non posso che essere durissimo contro chi avvalla un’arte funzionale alla globalizzazione, quando si finge di essere a-storici e non si fanno i conti con la storia dell’arte. L’arte del Novecento è stata un qualcosa che ha unito la società sia con la negazione che con l’adesione alle ideologie dominanti, per me ad esempio l’arte di regime si può anche definire utopica. 

S.S: Io non definirei il sistema dell’arte contemporanea come retto dall’individualismo. Al contrario proprio perché è un “sistema”, si regge per mezzo di innumerevoli relazioni. Nel sistema dell’arte contemporanea non c’è molto spazio per il gusto individuale. Al massimo si può affermare che questo sistema è una lobby, ma non direi individuale. Vuoi spiegarmi cosa intendi?

L.R: Da quello che vedo, il sistema dell’arte contemporanea punta all’atomizzazione e all’isolamento dell’individuo. Arte è “ciò che piace”, legata al gusto individuale e non è più avvertita come un processo sociale, collettivo e tecnologico, non ha più la capacità di evolvere, e tutto all’interno del sistema dell’arte può avere lo stesso valore.  Anche l’arte contemporanea è uno di quegli elementi che porta avanti quel macroprocesso di cui abbiamo parlato prima. Questo modo di vedere le cose, queste teorizzazioni sono perfettamente funzionali a quelle visoni che puntano a vedere l’individualismo come attore principale della società globalizzata e neoliberista, e c’è anche come fattore determinate di ciò che ritengo la crisi dell’arte l’allentamento dei temi religiosi. Il contesto non è più un fattore determinate, così come non lo è la storia. Del resto sono nate anche delle nuove figure professionali in stretta relazione a quanto finora il detto. Il curatore rappresenta la negazione dello storico e del critico d’arte, è colui che cura l’immagine dell’artista, non si fa promotore di genuini giudizi di valore, tende ad aderire al progetto  dell’artista. Arte e utopia sono concetti tra loro distanti, non si possono combinare, da questo i miei dubbi. Entrambi però condividono un’ambiguità di fondo. Forse dal punto di vista artistico è più interessante  la ricerca del ribrezzo, l’immagine  della negazione di qualsiasi futuro.