Visual Doggerel | Alberto Romano

Fonte: atpdiary.com

ATPdiary insieme a REPLICA – l’archivio italiano del libro d’artista – ha pensato di invitare un gruppo di curatori a pensare un progetto espositivo in un luogo impensabile e in forme impensabili.

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Visual Doggerel: do you have in mind any other places?

Hans- Peter Feldman aveva deciso di realizzare una ‘mostra nella mostra’ dentro il mio frigorifero. Aveva trovato sei uova di marmo scuro e le aveva sistemate nel portauova incorporato nello sportello del frigo. Sulla mensola più alta, aveva posto un’asse con delle piccole piume sovrapposte, che faceva l’effetto di una deliziosa filastrocca visiva in mezzo ai pochi vasetti e scatolette che chissà come erano finiti nel mio frigorifero sottoutilizzato.”

Fare una mostra, Hans Ulrich Obrist

Tradotto dall’inglese Doggerel è una poesia irregolare nel ritmo e nella rima, spesso deliberatamente burlona o comica. In questo periodo difficile, anche un po’ triste, in cui risulta difficile collaborare o frequentarsi, la redazione di ATPdiary insieme a REPLICA – l’archivio italiano del libro d’artista – ha pensato di invitare un gruppo di curatori a pensare un progetto espositivo in un luogo impensabile e in forme impensabili.
Nulla di nuovo, vi diremo.
Di esempi ne abbiamo avuti parecchi nella storia delle mostre e del display.
Si pensi al museo immaginario di Malraux; all’Atlas warburghiano; a Hans Ulrich Obrist con i suoi The Kitchen shows; Jan Hoet con la sua mostra domestica diffusa, la Chambre d’Amis; Seth Siegelaub e John Wendler con Xerox Book pubblicato nel 1968; John Cage e l’happening sul treno nel 1978; The Times Square Show nel 1980.

Ad ogni curatore abbiamo richiesto di proporre una “mostra editoriale”, un sintetico testo critico sulla scelta dello spazio, delle opere, degli eventuali libri d’artista o pubblicazioni indipendenti che fungano da supporto critico-documentativo del progetto.
L’invito che abbiamo proposto è stato quello di impostare un’indagine sullo spazio – reale e virtuale – utilizzando immagini di opere, pagine di libri, luoghi impensabili o immaginati.

Il primo progetto che presentiamo è di Alberta Romano che ha presentato la sua proposta come “un flusso di pensieri” che l’ha accompagnata in questi giorni, tra sconforto, ripensamenti e riflessioni.

Primo incendio nella cucina nuova

 

Io incinta incontro una vicina curiosa
Bartolomeo fa amicizia con il cane Gimbo

THE SIMS
Di Alberta Romano

Forse è inutile tornarci su.
Sulla sovrapproduzione di contenuti online confezionati appositamente per l’occasione COVID-19 si è già parlato abbastanza. La corsa al “facciamolo online”, in pochi giorni si è dimostrata come la corsa alla carta igienica. Assolutamente immotivata e dannosa.
In molti abbiamo pensato di farlo, in tanti ci siamo fermati e persino coloro che non hanno resistito a mandare una mail con i destinatari in ccn ci hanno ripensato di lì a poco.

“La situazione è davvero grave” iniziavano a dire i telegiornali.

Tra le poche cose che sono riuscita a leggere in questi giorni, una mi ha molto colpito. Ho letto che una mostra online è un’intuizione per “riattivare una macchina che sta rischiando di arrugginirsi”[1].
Ora, tralasciando il fatto che seppure in mente Dei del coronavirus ci fosse stato “l’arrugginimento del mondo dell’arte”, la nostra incredibile velocità di reazione non gli avrebbe comunque permesso di manifestarsi. Tuttavia, quell’affermazione qualcosa di giusto lo aveva.
La macchina del mondo dell’arte sta rischiando di arrugginirsi e non per la mancanza delle piattaforme online che ne consentano la fruizione, anzi, proprio a causa loro e, ovviamente a causa nostra.
Si, la ruggine siamo proprio noi. Tutti noi che, ormai da anni, corrodiamo ogni buona intenzione e ogni buona idea di quel mondo dell’arte un po’ sgangherato al quale, in fondo in fondo, piaceva ancora emozionarsi per un’idea geniale da discutere con gli amici tra una canna e un bicchiere di vino.

Noi quel mondo l’abbiamo depredato senza porci troppi problemi né etici, né concettuali né tanto meno di coerenza. (nonostante nei nostri essays di problemi etici ce ne ponevamo fin troppi).
E, veloci, abbiamo rosicchiato quello scintillio a favore delle nostre stories da ri-condividere.
Così come l’aria alimenta la ruggine, allo stesso modo, la forsennata condivisione ha alimentato i nostri progetti, rendendoli tutti uguali, pieni delle stesse citazioni e degli stessi nomi (magari, ogni tanto, accostati a qualche bel nome nuovo per ravvivare un po’ la situazione).
Il tutto con il solo scopo di essere nostri, eternamente nostri, immediatamente nostri.

Visita a un museo bruttissimo

 

Enzo controlla le nostre coltivazioni sotterranee

 

Pigiama party con gli amichetti, Batolomeo legge da sol

Cosa c’era di più diverso da noi in quel momento?

Abbiamo corso, siamo risultati ridicoli, ma siamo rimasti in piedi.
A chi ci derideva abbiamo mostrato la nostra nuova posizione di lavoro aggiornando persino Facebook, che ormai non usavamo da mesi, e così, ci siamo fatti rispettare.
Abbiamo accumulato traguardi e, veloci, abbiamo continuato a rosicchiare fino all’ultimo fil di ferro che ci avrebbe portato sui gradini più alti della nostra (immaginaria) scalata verso il potere mediatico. E adesso siamo tutti qui, con i profili Instagram ben aggiornati, con 2 (o meglio se 3) recapiti come firma della nostra mail e magari siamo anche “contributor” per un sito che pubblica solo comunicati stampa e fotografie delle mostre. Siamo stati bravissimi.
Tuttavia, questa corsa agli armamenti ci ha resi sterili, calcolatori e iperattivi.
E non solo ha compromesso il nostro modo di pensare e di agire, ma ha anche intaccato profondamente la qualità di tutti quei “contenuti” che abbiamo prodotto lungo la strada.
Oggi che tutto è fermo, oggi che abbiamo dovuto posporre mostre, talk e fiere, oggi che abbiamo perso soldi, incarichi e possibilità, oggi stesso, ci è stata data l’occasione di riflettere su quello che abbiamo fatto, su come lo abbiamo fatto e su quanto il nostro lavoro ci abbia assicurato un futuro stabile e per cui essere veramente felici.

Oggi va così.

Eppure chissà quante cose dovremmo posporre domani e quante ne perderemo ancora.

Quel progetto in cantiere da mesi forse non sarà più la nostra priorità; vivere all’estero con uno stipendio medio basso e con l’immancabile aiuto dei genitori forse non sarà più tra le scelte possibili; andare a trovare la nonna all’ospizio forse non sarà più tra gli impegni del rientro a casa; tornare a casa (quando sarà), forse sarà più lungo del solito.
Oggi che, in questo limbo surreale, forse abbiamo un po’ di tempo in più da dedicare a noi stessi (permesso che la preoccupazione ce lo consenta) dovremmo riprendere in mano tutto e pensare onestamente, eticamente e praticamente a ciò che ci ha circondato e che ci circonderà domani.
Qualcuno deve avermi detto che staccare completamente da tutto aiuti a pensare.

Io, che in questa stasi godo ancora di quel privilegio chiamato stipendio (chissà per quanto) ho deciso di spegnere tutto e di scaricare The Sims 4.


[1] V.Veneruso, #ARTISTSINQUARANTINE, il nuovo progetto su Instagram ai tempi del Coronavirus, Intervista di Valerio Veneruso a Giada Pellicari, Artribune, 12 marzo, 2020

Io ed Enzo (anziani) ci facciamo un selfie
Io faccio finta di andare in palestra
Lettiera laser

 

Date

Mar 27 2020 - Apr 27 2020
Expired!

Time

All Day
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